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15-12-2015
Chirurgia estetica senza eccessi
Immancabilmente ogni volta che si affronta l’argomento della chirurgia estetica, vuoi in interviste, dibattiti televisivi, nelle pagine dei rotocalchi, viene posta questa domanda: "è vero che chi si sottopone ad interventi di miglioramenti estetici corre seri rischi di entrare in un vortice vizioso che lo renderà per sempre schiavo della chirurgia estetica?”.

A sostegno della tesi si citano invariabilmente i casi disastrosi di chirurgia plastica sotto gli occhi di tutti, specialmente nel mondo dello spettacolo e del cinema, di bellezze deturpate e violate irrimediabilmente.

Questi casi esistono purtroppo ma la domanda posta in questi termini già suona fuorviante perché allora potremmo correre gli stessi rischi ogni volta che bevessimo un bicchiere di buon vino od ogni volta che entrassimo in pasticceria per il nostro dolce preferito
Non potremmo anche in questo caso entrare in un “loop” pericoloso, diventare per così dire dipendenti? In teoria sì e la spiegazione è intuibile anche se tendiamo a dimenticarla: quello che rende una sostanza, un’abitudine, un “habitus” negativo è l’eccesso.

Che ci piaccia o no ogni cosa in questo mondo deve essere regolata: anche il più potente dei veleni può essere innocuo o addirittura utile se preso a dosi bassissime come pure la sostanza più inoffensiva può uccidere se assunta in eccesso. Sta a noi limitare l’assunzione di vino o di dolci.

Indubbiamente esistono casi di potenziali pazienti, un minoranza per fortuna, che fraintendono gli obiettivi della chirurgia estetica animati da aspettative irrealistiche, già “programmati” e predestinati all’insoddisfazione (come il caso dei pazienti affetti da dismorfofobia)

Questi casi devono essere riconosciuti per tempo dal chirurgo durante i colloqui preliminari nell’interesse dello stesso chirurgo che soprattutto del paziente:non basta, in altre parole, la sola e semplice valutazione tecnica del problema (il seno piccolo, una gobbetta sul naso, ecc) ma anche la comprensione delle motivazioni che hanno spinto fin lì il paziente e le sue aspettative.

Il paziente dovrebbe essere ben consapevole del passo che sta per intraprendere, con una percezione obiettiva e realistica del suo problema e in grado di comprendere le soluzioni prospettate: se così non fosse, molto meglio consigliargli di rivolgersi ad un altro chirurgo

Per rispondere alla domanda iniziale, un caso ben selezionato non correrà alcun rischio di entrare in un tunnel senza uscita, in una spirale frenetica di ricerca di nuovi chirurghi per nuovi interventi: la soluzione puntuale del problema sarà gratificante e positiva.

Altro problema rimane naturalmente la buona esecuzione degli interventi e qui la responsabilità è tutta del chirurgo: alcuni esempi “famosi” di deturpamento cui si accennava prima avrebbero dovuto/potuto o non essere del tutto eseguiti (buona opzione) o eseguiti con criteri più conservativi e meno invasivi.

Alcuni casi sembrerebbe quasi spiegati dalla confusione tra la realtà della nostra anatomia e l’irrealtà di certi disegni di animazione: solo così si potrebbero spiegare certi sguardi dal taglio felino o certi zigomi grottescamente pronunciati, certi nasi minimizzati fino quasi all’“amputatazione”

Una campagna pubblicitaria estremamente efficace fa contro l’anoressia di alcuni anni fa sottolineava il concetto che “non siamo dei cartoni animati” ma esseri umani immersi in una realtà umana da cui non ha senso fuggire inseguendo obiettivi puramente fantasiosi.

Ogni aspetto “ideale” dovrebbe cioè servire come guida orientativa, non come obiettivo assoluto. Questo concetto prima di tutto dovrebbe essere scolpito nella mente di tutti noi chirurghi plastici prima di intervenire sul viso o sul corpo dei nostri pazienti.